Day 1-bis: con gli occhi di Wendy

Dimenticavo….questa sono io, e questi sono i miei occhi!

wendyDomani continuerà la mia storia…

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Day 1: con gli occhi di Wendy

Non sarà facile credere che questo libro abbia come personaggio principale/voce narrante un cane, ma invece è proprio così. A volte da idee scellerate possono nascere progetti particolari ed avvincenti ed il mio padrone, Enrico, è fermamente convinto che dotarmi di una voce narrante sia cosa interessante. E’ sempre stato un tipo particolare, il mio padrone: l’ho avvertito fin dal primo giorno che l’ho incontrato al negozio di Giuliano e Armida a Riva del Garda, ma di questo avrò modo di parlarvene a fondo nel corso della mia narrazione, anche perché in fondo, di questo parla il libro: della storia di una famiglia, la mia, vista dagli occhi di un cane, i miei.

Intanto mi presento a tutti voi: sono Wendy (noi cani non abbiamo un cognome ufficialmente), un cane di razza, per l’esattezza un Bovaro del Bernese, femmina, e, superata da poco la soglia dei 5 anni canini, ossia 35 anni umani, ho deciso di trasformare i miei pensieri, se così si possono chiamare, in parole. Lo faccio con la complicità del mio padrone, Enrico, un bel marcantonio dai capelli scuri come il mio pelo, quel padrone che tanto riesce a mettermi in soggezione, ma che si vede, mi vuole un gran bene. Come vi dicevo prima, il fatto di scrivere questo libro nasce da una sua idea e solo ora che il progetto si sta realizzando, capisco perché ogni tanto, guardandomi dritto negli occhi, borbotta: “ma tu cosa pensi Wendy?”.

La vita di noi cani può essere più o meno fortunata: cibo, coccole, attenzioni, esercizio fisico si possono alternare in maniera più o meno frequente, ma non è di ciò che vorrei parlare in queste pagine. Vorrei poter parlare di sentimenti, perché anche se è difficile crederlo, anche noi cani ne abbiamo, e non sono per niente banali.

La mia vita è iniziata il 2 Marzo 2009, in una casa di Verona. Non ricordo bene quanti fossero i miei fratelli e le mie sorelle, ricordo solo le calde leccate di mamma, la sua attenzione nel darci da mangiare a tutti e nell’accudirci con estremo amore. Il giorno del mio addio, invece, me lo ricordo molto bene: mamma aveva capito che quel signore dalla barba era venuto a portarmi via da lei e purtroppo l’ultimo ricordo che ho di mamma è tutto racchiuso in una sua immagine con gli occhi tristi e gonfi. Forse perché ero la prima a lasciare la casa, forse perché noi eravamo i suoi primi cuccioli ma quel giorno mamma non smise di piangere un secondo ed il suo muso si era gonfiato di lacrime. Nemmeno le coccole dei padroni riuscirono a consolarla ed il suo lamento silenzioso e composto nel momento dell’addio, nei giorni in cui anch’io sono triste, ricompare nel sottofondo dei miei pensieri. Vorrei solo farle sapere che io sto bene, che la mia famiglia mi tratta bene e che sono stata finora fortunata. Chissà mai se qualcuno sarò in grado di dirglielo, chissà mai se queste righe arriveranno anche a Verona, chissà mai se la rivedrò un giorno ma una cosa è certa: il suo ricordo è ancora forte in me e non svanirà mai.

Le mani di quel signore con la barba, Giuliano, ed il suo sguardo forte e determinato mi misero subito a mio agio: non sapevo chi fosse e cosa facesse ma avvertivo il suo sentimento di amore nei miei confronti, nei confronti dei cani in generale, oserei dire. Quando arrivai a Riva del Garda capii perché: Giuliano aveva, insieme alla moglie Armida, un negozio di animali, Animals per l’esattezza, con annesso un servizio di toelettatura per cani: era un esperto insomma, ci sapeva davvero fare, e la cosa era evidente anche per un cucciolo come me. I sentimenti degli umani sono la prima cosa che noi riusciamo ad avvertire ed in Giuliano avvertii proprio questo profondo e intenso amore per la razza canina. Capii in fretta però che non ero destinata a rimanere con loro a lungo: il vero amore e le vere attenzioni di Giuliano si concertavano tutte su una bella e muscolosa barboncina color grigio scuro, chiamata Bezzy. Un cane straordinariamente intelligente, dalla muscolatura incredibile, il pelo sempre in ordine, una vera diva insomma. Giuliano la faceva correre di qua e di là e ad ogni suo ordine Bezzy eseguiva tutto quello che le veniva richiesto con rigorosa obbedienza. Veniva sistematicamente premiata ad ogni esercizio svolto e si capiva chiaramente che tra i due c’era una complicità fuori dall’ordinario. Il negozio era pieno di coppe e trofei e sono sicura che appartengano tutti a lei. Bezzy non era la sola però ad essere al centro delle attenzioni: insieme a lei c’era un anziano Border Collie, Bongo, silenzioso e poco reattivo vista la sua età, ma altrettanto ricoperto di attenzioni e cure da parte di Giuliano. Io, messa in una gabbia metallica sufficientemente confortevole, venivo liberata di volta in tanto, per sgranchirmi un pochino e per fare i bisogni, ma poi rimanevo sempre rinchiusa nella cuccia, ad attendere l’arrivo di quello che Giuliano chiamava “il tuo vero nuovo padrone”.

Non aspettai molti giorni nel negozio di Giuliano: anche se noi cani non sviluppiamo il senso del tempo, ad occhio e croce direi di aver aspettato circa una settimana prima dell’arrivo della mia vera nuova famiglia.  In quella settimana mi sono divertita molto semplicemente osservando dalla mia gabbia le stranezze di alcuni esseri umani e dei rispettivi cani. Mi ricordo, per esempio, che un giorno entrò una signora dai capelli grigi, avrà avuto sessant’anni circa. Teneva nella sua borsa un Chiuaua a pelo lungo, chiamato Chicco se non ricordo male, color grigio argentato. I due, ossia la signora ed il cane, erano talmente in simbiosi che quando parlava lei, abbaiava anche lui, e viceversa, un vero caos insomma. Non sono riuscita a capire cosa volesse dire il Chiuaua: sebbene siamo cani tutti e due, io sono di origini Svizzere mentre il Chiuaua è di origini messicane e quindi il suo abbaiare mi suonava semplicemente ritmico e melodico come musica mariachi, niente di più, niente di meno. Mi ricordo poi di Argo, quello si che ero riuscita a comprenderlo bene: lui era un pastore tedesco e, semplicemente, odiava l’aria calda che fuoriusciva dal gigantesco asciugapelo. Nonostante il suo incessante abbaiare, né Giuliano né Armida erano riusciti a capire che il suo era un semplice messaggio di SOS: “abbassate la temperatura di questo asciugapelo!” Tanto semplice ma allo stesso tempo tanto incomprensibile per gli umani. Povero Argo, quanto ha patito quel giorno! La sofferenza, comunque, aveva portato ai suoi frutti: era infatti uscito dalla sala toelette con un pelo morbido e luccicante, che gli infondeva ancora più maestria ed impeto. Sembrava proprio un elegante militare: composto, ordinato, pulito, pronto ad ubbidire al comando del padrone….

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