Il legame tra Neet e Net in Italia

E’ indubbio che i due termini presentati nel titolo dell’articolo siano di estrema attualità. Il primo, NEET, lo si sente sempre più utilizzare ultimamente e sta ad indicare quella fascia di giovani che non sono impegnate nello studio, nel lavoro e nella formazione (in ingelse Not (engaged) in Education, Employment or Training). Il secondo termine NET, invece, è l’ormai consolidato vocabolo che si una per indicare la rete, intesa in questo mio articolo come (inter)Net.
Visto che i due termini differiscono per una sola “e”, mi sono chiesto se non potessere esistere anche un qualsivoglia legame tra gli stessi. Mi sono documentato, per quanto possibile, ed ho raccolto alcuni dati significativi.
La percentuale di giovani, nel 2014,  tra i 15 e i 24 anni che non lavorano, non studiano e non fanno formazione in Italia è del 22,1%. Praticamente nessuna differenza rispetto al 2013, quando era al 22,2%. Rimaniamo dunque al primo posto in Europa in questa classifica. La Bulgaria rimane al secondo posto, ma con un miglioramento notevole (dal 21,6% del 2013 al 20,2% del 2014). Terza è la Grecia al 19,1%. La maggioranza dei paesi europei ha visto diminuire la percentuale di giovani NEET tra il 2013 e il 2014, tanto che la media europea è passata dal 13% al 12,4%. La performance peggiore è quella del Lussemburgo, che passa dal 5% al 6,3%. Fa male anche la Finlandia, che dal 9,3% passa al 10,2%.
Siamo il paese europeo con la più alta percentuale di giovani NEET. Un italiano su quattro tra i 15 e i 24 anni non lavora, né studia, né si sta formando. Il dato è alquanto allarmante.
Per quanto riguarda la rete, invece, a sorpresa i dati sono rovesciati. Per quanto riguarda l’alfabetismo digitale, l’istituto di statistica europeo ha infatti rilevato che, al 2013, il 34% della popolazione italiana non ha mai navigato. Un dato che posiziona l’Italia in fondo alla classifica europea, sotto al Portogallo (33%) e di poco sopra Grecia (36%) e Bulgaria (41%). In media, nei 28 paesi dell’Ue, è il 79% delle famiglie ad avere accesso a internet. Di loro, il 76% dispone della banda larga. E anche qui l’Italia si posiziona al di sotto della media europea, registrando il 69% delle famiglie connesse (di cui il 68% con la banda larga). Stesso risultato se si osserva l’uso quotidiano della rete. Solo il 54% degli italiani dichiara di usare internet ogni giorno, a fronte di una media europea del 62%. Male anche per quanto riguarda il rapporto tra e-government e privati: solo il 21% dichiara di usare i servizi digitali offerti dalla pubblica amministrazione, a fronte di una media europea pari al 41%.
Anche questi sono dati preoccupanti… da una prima valutazione potrebbe dunque sembrare che non ci sia una potenziale connessione tra NEET e NET ma…ecco la chiave di volta: nonostante l’Italia sia uno dei paesi in Europa con la più bassa diffusione di internet, gli italiani sono tra le popolazioni che trascorrono più tempo online, soprattutto sui social network.
E’ solo una mia ipotesi, sia ben chiaro….ma forse un legame c’è e sta tutto qui: anzichè usare la rete per sviluppare progetti, creare opportunità, lavoro, innovazione, la usiamo presumibilmente per le cazzate, azione che sta facendo rimbecillire la maggior parte dei giovani.
Et voilà…in Italia esistono i Neet grazie alla Net perchè, come spesso accade, le risorse vengono utilizzare per cercare un benessere effimero personale piuttosto che per creare sviluppo ed innovazione. Che ne pensate?

 

homo sapiens:politica=homo zappiens:???

Sebbene ci siano versioni contrastanti a riguardo, io credo veramente nella teoria dell’Homo Zappiens e nel fatto che stiamo vivendo in una nuova Era.
All’interno delle tante attività che sono cambiate nell’era digitale, ne esiste una che mi sta incuriosendo in particolar modo: è il fare (anche se il verbo corretto sarebbe dire) politica. Non mi nascondo dal fatto che questa curiosità è esplosa in questi giorni, nei quali ho ricevuto richieste di mettere “mi piace” a pagine di liste elettorali, talmente tante da farmi avvetire una certa “ansia da mi piace”. Per fugare ogni interpretazione: credo sia del tutto legittimo inviare richieste e fare pagine, anzi, significa che le persone che stanno dedicando tempo alla loro attività lo stanno facendo a 360 gradi e con l’utilizzo di tutti i mezzi a loro disposizione. Il punto del mio pensiero è però un altro. Nell’era digitale il luogo non è più la piazza, l’Agorà, il centro della Polis (città, da cui deriva la parola politica) dove ci si raccoglieva. Quel luogo sacro dove l’incontro era la materia del fare politica (fare Polis, fare cittadinanza) è stato spodestato quasi in toto da Facebook e da Twitter.

Agorà Vs InterNet dunque.

Quello che realizzao sempre più è la fragilità di pensiero che la politica moderna sta generando. Ovviamente il discorso è molto generico e generale ma pensiamoci bene: fare politica nell’Agorà significava scendere in piazza, fisicamente; significava essere preparati ed essere dotati di un pensiero 1. strutturato, 2. credibile, 3. sostenibile, 4. coerente!
Tutto ciò nell’era digitale non accade più perchè basta semplicemente scrivere 140 caratteri per lanciare uno slogan o un messaggio elettorare su twitter, o 400 e poco più caratteri per farlo su Facebook (se ne possono usare di più, ma nessuno lo fa perchè l’attenzione di lettura oramai scade dopo la quinta riga). Ed allora mi chiedo, sempre con più insistenza: sono davvero Facebook e Twitter i luoghi dove si fà la politica dell’era digitale? E, se la risposta è SI, possiamo ancora chiamarla Politica?
Me lo chiedo senza polemizzare, sia ben chiaro: quanto sto scrivendo, tra poco verrà postato sia su facebook che su twitter e quindi ho fiducia nell’effetto divulgativo di questi due strumenti, ma non è questa la questione.
La questione, la ribadisco, è che quella dell’era digitale non la possiamo più chiamare politica, dobbiamo trovare un nuovo paradigma, una nuova dicitura.

Uso quindi la matematica e lancio un appello…aiutatemi a risolvere questa equazione:

homo sapiens : politica = homo zappiens : ???